Dal Gran Libro del Debito Pubblico del 1861 ai record di oggi: un racconto lungo più di 160 anni, fatto di guerre, inflazione, risanamenti e crisi internazionali.
Il debito pubblico unitario italiano nasce ufficialmente con la Legge 10 luglio 1861, n. 94, che istituisce il «Gran Libro del Debito Pubblico», nel quale confluiscono i debiti dei preesistenti Stati italiani preunitari. Il debito del solo Regno di Sardegna rappresentava circa il 57% del totale ereditato dal nuovo Regno d'Italia.
Il rapporto debito/PIL, attestato al 37,6% nel 1861, salì rapidamente negli anni successivi fino a superare il 100% nel 1881 e a toccare il 120% nel 1887. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, grazie alla crescita economica della «prima globalizzazione», il rapporto scese dal 120% (1898) al 79% (1912): nel 1906 fu anche ridotto dal 5% al 3,75% il tasso d'interesse pagato sulla Rendita italiana, principale titolo di debito dell'epoca.
Le due guerre mondiali segnano le due impennate più drammatiche del debito pubblico italiano nella prima metà del Novecento.
Il rapporto debito/PIL salì dal 79% (1912) fino al 125% del 1920 secondo le ricostruzioni di Banca d'Italia (altre fonti indicano valori fino al 160%), per effetto della spesa bellica e dei prestiti contratti con Stati Uniti e Regno Unito.
Nel 1926 l'Italia ottenne dagli Stati Uniti la cancellazione unilaterale di circa i 4/5 del debito di guerra contratto durante la Prima guerra mondiale: il rapporto debito/PIL scese così dal 96% al 63%, una riduzione di oltre 30 punti in un solo anno.
Dopo la cancellazione del 1926, il debito tornò a crescere con la Grande Depressione degli anni '30 e le imposte patrimoniali straordinarie per le guerre coloniali, fino a superare il 100% del PIL (stime tra il 108% e il 118%) nel 1943, sotto il peso della spesa bellica della Seconda guerra mondiale.
L'inflazione fortissima del dopoguerra (344,4% solo nel 1944; i prezzi si moltiplicarono per circa 15 volte tra il 1943 e il 1947) erose il valore reale del debito, portando il rapporto debito/PIL fino al 24% nel 1947: un effetto collaterale drammatico per i risparmiatori, ma che di fatto «azzerò» gran parte del debito ereditato dal regime.
Negli anni '50 e '60, durante il cosiddetto «miracolo economico» italiano, il rapporto debito/PIL rimase su livelli storicamente bassi per l'Italia: tra il 33% e il 41% circa, con un minimo attorno al 33% nella prima metà degli anni '60.
La forte crescita economica reale di quegli anni, insieme a un'inflazione moderata, permise allo Stato di mantenere il debito sotto controllo nonostante gli investimenti nella ricostruzione e nello sviluppo industriale del Paese.
Un evento tecnico apparentemente minore cambiò per sempre la traiettoria del debito pubblico italiano.
Nonostante un deficit medio di circa il 10% del PIL negli anni '70 (per le crisi petrolifere e la crescita della spesa pubblica), il rapporto debito/PIL crebbe solo moderatamente, dal 55% (1973) al 60% (1981): l'alta inflazione di quegli anni erodeva infatti il valore reale del debito accumulato.
Con una lettera del Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta al Governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi, datata 12 febbraio 1981, e la risposta di Ciampi del 6 marzo 1981, operativa dal luglio dello stesso anno, la Banca d'Italia cessò l'obbligo di acquistare automaticamente i titoli di Stato rimasti invenduti alle aste del Tesoro.
Senza più l'acquisto automatico della Banca centrale, il Tesoro dovette offrire rendimenti più alti per collocare i titoli di Stato sul mercato: insieme alla politica monetaria restrittiva internazionale dei primi anni '80, i tassi d'interesse reali (al netto dell'inflazione) divennero fortemente positivi.
Il combinato di tassi reali alti e deficit pubblici ancora elevati fece più che raddoppiare il rapporto debito/PIL: dal 56-60% dei primi anni '80 a oltre il 120% nel 1994, l'anno del picco di questo lungo ciclo di crescita del debito.
Il Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore il 1° novembre 1993, fissò per i Paesi che avrebbero adottato l'euro due parametri di riferimento: deficit pubblico non superiore al 3% del PIL e debito pubblico non superiore al 60% del PIL. L'Italia, con un debito già oltre il 100%, non rispettò mai questo secondo parametro.
Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1992 il governo guidato da Giuliano Amato dispose un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti bancari italiani, parte di una manovra da circa 30.000 miliardi di lire per tentare di arginare i conti pubblici. Pochi mesi dopo, nel settembre 1992 (il cosiddetto «mercoledì nero», 16 settembre), la lira fu travolta da un attacco speculativo, uscì dallo SME (Sistema Monetario Europeo) e fu svalutata di circa il 30% rispetto alle principali valute.
Il percorso di risanamento per l'ingresso nell'euro proseguì negli anni successivi, anche con il «Contributo straordinario per l'Europa» (la cosiddetta Eurotassa) varato nel dicembre 1996, che contribuì a far scendere il deficit dal 7% (1996) al 2,7% (1997) del PIL. Il rapporto debito/PIL scese così dal 119,4% (1995) al 105,1% (2004).
Dall'adozione della moneta unica alle crisi globali degli ultimi vent'anni, il rapporto debito/PIL italiano è rimasto costantemente sopra il 100%.
L'euro diventa moneta di conto il 1° gennaio 1999 e sostituisce fisicamente la lira dal 1° gennaio 2002, inserendo stabilmente l'Italia nell'area valutaria comune europea e nei suoi vincoli di finanza pubblica.
La crisi dei mutui subprime fa calare il PIL italiano del 5,2% nel 2009: il rapporto debito/PIL sale di quasi 10 punti, da circa il 104-106% (2007) al 116,6% (2009).
Lo spread tra BTP e Bund tedeschi sale oltre i 500 punti base nel novembre 2011: il governo guidato da Mario Monti si insedia e vara il decreto «Salva Italia». Il rapporto debito/PIL sale comunque di circa 13 punti, dal 119,7% (2011) al 132,5% (2013).
Dal 2013 al 2019 il rapporto debito/PIL italiano resta sostanzialmente stabile, oscillando intorno al 132-135%, senza grandi riduzioni né nuove impennate.
Il crollo dell'attività economica e le misure di sostegno durante la pandemia fanno impennare il debito/PIL al 154,3% nel 2020 (dato definitivo ISTAT), il valore più alto mai registrato fino a quel momento, poi sceso al 145,7% nel 2021 grazie alla ripresa del PIL.
Nell'ambito del programma europeo Next Generation EU, l'Italia ha ricevuto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), per un valore complessivo di circa 191,5 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti, destinato a investimenti e riforme fino al 2026. Per i dati più recenti su debito e rapporto debito/PIL vedi la pagina Numeri del debito.
Per i dati antecedenti al secondo dopoguerra le ricostruzioni storiche del debito pubblico (in primis quella di Banca d'Italia, realizzata da Francese e Pace nel 2008) vengono talvolta citate in modo lievemente diverso da fonti secondarie successive, ed esistono revisioni metodologiche nel tempo. Per i dati più recenti (dal 2020 in poi) i numeri ufficiali di Banca d'Italia e ISTAT sono invece aggiornati e riconciliati periodicamente, e sono quelli riportati nella pagina Numeri del debito.
I due episodi di crescita più rapida sono le due guerre mondiali (in particolare la Prima guerra mondiale, con un rapporto salito fino al 125-160% a seconda della fonte) e il periodo 1981-1994, successivo al «Divorzio» tra Banca d'Italia e Tesoro, quando il rapporto più che raddoppiò in poco più di un decennio.
Sì, in diversi periodi storici, in particolare nel secondo dopoguerra (dopo l'iperinflazione) e durante il miracolo economico degli anni '50-'60. Dai primi anni '90 in poi, però, l'Italia non è più riuscita a riportare il rapporto sotto quella soglia.
Valore assoluto e rapporto debito/PIL anno per anno, con le fonti ufficiali più recenti.